PAROLE PAPAVERI E SPIGHE
WORDS AND SOUNDS FROM THE PAST
(ovvero, quello che scrissi in giovanile età e ancora mi impolvera assai la libreria … lo digitalizzo per acquistare spazio … e condividere con voipensieri -rigorosamente lesi!-
le pip morrison ed i coccodrilli, nonché i refusi editoriali, troveranno collocazione altrove …
forse …)

ANNOIATEVI/DIVERTITEVI PURE!!

1.
il giunco contemplò in riva allo stagno
quali fossero i pensieri della terra …
riarsa, ansante, brulicante essa
si risvegliava ammiccando al miglio
precoce.
segale e grano,
estatici al suono del panico zufolo,
innimbano il capo della regina
cosperso di gemiti e peteli.
eterea essa ammicca all’aere riarso

2.
costante il declino dei sensi.
ansanti. ma essi si rilassano.
solo lo strenuo assuefarsi
alla ciambelloide forma
sopirà l’emergenza di sicura fortezza.
e grevi saranno natiche e spalle,
a proteggere le interiora pronte.

il lupo non si strafogherà
con il crocifisso al petto appeso.

3.
così Inerzia si mipossessò della dea
multata di fiacca
e mentre, chino, giasone morente
giaceva
le ombre si incupirono sulle membra stanche
di combattere e lacére
dal rimorso del non aver.

concupiscente lei sorrise loro
e li prese.
feconda.

4.
stormi di uccelli incurvavano il cielo del mattino
seduta sulle terga la nube mirava l’abisso
affrescantesi nell’alba.
languidi i gemiti dello stormo
giungono
è quieto il risvolto del lembo di lino
e tace in trionfo il giorno dei vinti

5.
dal monte discese il fecondandore di membra
colse lo stelo esterno al sentiero
e trasse dal masso la propria virulenza
e in dono ebbe il vello dei servi viventi.
tace il sospiro del muto inneggiare
che guidando per mano stordisce.
epopea della non presenza
lo condusse alla sinuosa foce
ove casta la schiava langue

6.
sguardo che lui giungesse e la prendesse
vuota di sè e degli altri,
del solo desiderio in congiunto
piena,
rise stracolma di irrisolta brama.
latente canzone sdraiata al cielo
afasica smunta dall’isterismo anela.

perchè così problematica
l’essenza del desiderio più spontanea?!

7.
come non esiste guerriero imbelle
così non concepisce il cancro sazietà.
gingi allora
sfiorami e prendimi
sagace di coccole.
fatuo mugolare nella nebbia invasiva
che annaspare fa,
impedendolo,
il respiro.
inebetiti
i giovani si aggirano
nella foresta di suoni.
barcollano
e tentoni avanzano,
scavalcano, planano e dirupano
rovinosamente
nella catacomba della fede.
giacente
conducimial di fuori del buio
fino al languore perenne.

tana la castità.

8.
eccola
giungere.
eterea,
il bronzeo vessillo tra le mani
inespugnabile nell’armatura
infallibile sul potente destriero

castità giunse
e libidinosa accarezzò il volto degli ignavi

esi compresero al tatto
e rapaci le mozzarono ogne membra

libido giunse quindi
e ammiccò loro

9.
per le mani la prese
e insieme essi rotearono
tra il folto legname
le frasche strisciando

sibilanti i papaveri accolsero gli amanti
e la loro languida porpora.
tra le spighe
compiaciute
laida sbircia, Cibele,
i propri figli
procreantisi

10.
sguazza intorno tutto il fogliame
nella cinerea notte
e pratica i suoi sferzi
e le sue abrasioni
la sacerdotessa del purpureo tempio.
sfogliano attoniti i monici
lo stelo del peccato,
ed esserne parte è per essi
stupore e piacere
meraviglia e godimento.

brucia la fiamma
ed essi corrono, impazzati,
alla ricerca dei ceppi.

e il fuoco sarà eterno
e sterminata la loro prole
fatua

11.
sacerdotessa del tempio del silenzio
ascolto
disarmata.
disatteso giunge un gemito

subito è l’urlo

crolla il tempio
e lei ne emerge infra le reuderi
fenice e nuova.

pronta.

12.
stato di contemplazione estatica
lambisce il suono le membra
e liberano i guàiti dei cani
rabbiosi e sbavanti
ma languidi
intoccantesi.
fastidioso brusio del rovello,
già ormai lontano ma presente.
ingente.

spegniamolo.
un dito lo schiacchia
riducendolo a una spina nel fianco.

13.
giungi precoce
senso di colpa
e mozza le vene viziate
vituperanti -godo-
e spremile di purpuree caste
voci

14.
CREDO PROPRIO DI TUTTI AMARLI
FACCIO COSE
E ASPIRO E BRAMO E GIACCIO
E RESPIRO

PERCHE’ AMO LORO
E ATTRAVERSO LORO
ME

15.
così tragicomica
la situazione si pone
che spesso appieno
non la si può concepire
e si vaga
soddisfatti-insoddisfatti
congiunti-disgiunti.
sempre comunque
barcollanti e sordidi
ignavi

16.
e a volte piace loro viaggiare
e piace loro sentirsi parte delle cose che vedono
filtrare gli odori e i tatti che l’impregnano.

e godono essi assorbire le essenze dei luoghi e delle genti
esere essi stessi esse.
prenderne parte al punto da lasciare un vuoto
alla dipartita.

il buco -enorme-
rimane invece in loro
fonti rigeneratesi di desiderio e brama.
sagace e costante è l’avidità
di sussurri,
di sensazioni, di emotivo fremere e surriscaldante.
sbattiamo i cocci creando un frastuono,
fino ad incidere nelle nostre membra
il ricordo che,
blando, al lavaggio,
sbiadisce
e, languido,
scompare.

17.
essere ovunque
e’ l’impossibilità di essere altrove.

il primo brama
il secondo è repulsa.

ma noi, ciechi, non potremmo
riconoscerli,
se invertiti.

abbracciamoli dunque entrambi
e brindiamo con essi, fusisi,
entusiasti.

Soddisfazione chiuderà impellente la cerchia.

18.
prendi per mano il moro Morfeo,
dai floriei intensi occhi,
fiero lo sguardo,
black dressed …
conducilo al molo
e infra la gondola blu
-il pescatore che sbircia di sottecci,
avido-
riproduci la tua eburnea specie notturna.
quindi, scomposto ancora,
trascinalo al castello,
nel buio loculo medievale
infestato di edera
e trascinalo in nuova procreazione.

esterrefatta ti saguirà Cibele,
sorvegliando il tuo sonno ancora caldo
sui gradini della grigia Chiesa.

19.

ebefrenici schiacciano conchiglie sulla spiaggia.
e ciottoli. riarsi.
le mani, ruvide, si abbracciano
e freme Libido d’invidia
all’incestuoso gesto.
freme nella fuga dalla folla
il piede, ormai stanco.
e giace il pensiero in un ignoto sito,
dalla chiglia inestrappolabile.
sveniamo dunque nella brezza
e curioso sarà ai passanti, l’indomani,
la scoperta di se stessi.

20.
come riempire il vuoto dell’esperienza?
-mero baratro faraginoso dell’argine-
con emozione e frenesia strette per mano
e vagano, sbalordite,
nella loro stessa casa,
le fauci all’aria, in attesa,
pure,
through the breeze

21.
INSOSTENIBILE QUESTA SITUAZIONE DI STALLO
TRA ME E LE MIE MEMBRA.
STANCHE

22.

coronata di spighe
la regina delle messi scese
fino alla spiaggia

dove fu stordita
dallo scherno dei nibbi
brulicanti bestemmie

annaspando fra i nuovi grani
essa chinò il capo e
cadde la leggiadra corona

e catena della regina
fu la collana di conchiglie
che le imperlò da allora il capo.

23.
così emerge colei che vuole
-e può-
manipolare le forme e gli umori.

è capricciosa padrona
del burattino raffigurante se stessa
senza pur esserne cinerea vittima

e canta ora la marionetta
di voce ventriloqua e ovattata
le pressioni degli umori sulla carne

bighellona l’itterica dama
delle spighe e del papavero

Narciso ne sarà incantato
e ne pretenderà il gonfio seno.
finalmente d’altrui succube.

poichè Narciso
ebbe degno bulbo nelle sua materna ovaia.

24.
abbracciò con lo sguardo la distesa di anime
ne mangiò, ne bevve, quindi ne fu vate.
divenne druido curante, di poi pazìiente.
intrecciò gli steli al riparo delle diafane forme
-la mente imperlata di allori buoni-
rotolò avvolgendosi di esse
fino a tuffarsi,
ancor così tutta vestita,
nel mare di spighe
che
docile
si mosse ad accoglierla
incorniciandole d’oro le affamate membra.

china, in libero atto,
lo vide insinuarsi tra lo svettare
trascinante grumi di fango
accencante Lucifero, portatore di peste

deflorò le polpe derma
tatuando eterne le falangi
e strisciò
-le crini tra lo sterco-
la vaga Proserpina
tra vermi e carcami
costretta all’eterno dissidio
di schiava semiaffrancata

25.
e Morfeo la prese,
precorritrice delle arterie della terra,
-infangata ed arrovellantesi-
e la fece consorte del suo trono d’oblio.

ella sedette sul tiepido scranno
e si abbandonò
morbida
alla riscoperta terra.

tra le brulicanti larve.

26.
mi ciberò di papaveri
e lascerò scorrere
il carminio sangre delle nostre urine
tra i petali.

ho tolto il diamante,
troppo diafano per la profana mano,
ed ho infranto i miei voti
di castità confusi.

essi mi scacceranno
dal giardino dell’equilibrio
e l’anello
e la mano
saranno ora inscindibili
enblema di in sostenibile macchia
ma di necessario mutamento.

lo sforo è tale
da rischiare l’implosione.

27.
lei è il felino
prospero e sinuoso.
lui combacia con le femminee forme
in un perfetto incastro.

invidiabile la loro unione.
Io, Io sono invidia che li soverchia.

ma le ombre in cui li getto
non scinderanno i giovani amanti del giardino dell’eden.
invidia non puote sulle appagate creature.

poichè invidia è a caccia dell’altrui esssenza
cerca Essenza
è piena, piena e au tempo vuota.

invidia amare non sa.
insegnami.

28.
visione di colei che cammina ininterrotta
nelle arterie della terra
agghiacciata dalle dispettose gocce
che la penetrano
rendendo fragili le ossa
fra le mani, la creatura di un futuro successo
abbraccia in un incantato riparo.

gli sguardi della gente
opprimenti
deve, deve fuggirli,
mascherando i pensieri di aria ebete e inerte
ma magnetiche sono le impressioni sui volti
e ne è presto succube.
freme.
subentrata è ormai alla preistorica curiosità
la devastante cosciìenza
che l’infantile giocon della felicità,
che i problemi tutti poter risolvere sembrava,
subito abbatte
-armi gli ipocriti sorrisi-
indolente rifugge il rovello imbattendosi, haimè, nell’effimero vuoto
subito dal pensier riarso
e l’udito cerca rifugio
allo scalpiccio della stregata voce
intenta in assoli prossimi solo al gorgoglìo fognario.

29.
E dimenano le larve soddisfatti
specchiandosi nelle altrui pupille,
che mirano altrove.
e non intendono l’evidenza
lo sconforto di chi
chinato
vuole malleare il proprio volto
e la propria stessa entità
fino a deteriorarlo
e a rinascere, fenice, dalle ceneri.
chi strabuzza gli occhi
alla disperata ricerca
di un intangibile io
e forse
-rabbrividisce di sudore-
inesistente.
l’acqua corrode
e le palafitta salvagente frana,
ferendo e lacerando
più del semplice annaspare
appaerente salvezza7incantatrice
e maledetta
mentiti, mentiti,
ipocrita!

30.
griderai il tuo nome invano
e strisciando raggiungerai la loro tana,
ma essi ti ripudieranno
-verme indegno dell’elegante cigno-
e, dopo essersi cibati dei tuoi favori,
ti volgeranno le terga
stringendosi in impenetrabile cerchia.
con impacciato orgoglio
tu mostrerai le tue carte,
servilmente conformi alle loro,
e implorerai la tua parte.
di esserne parte.
solo un’illusione beffarda,
seguita da furia omicida
(trattenuta solo dalla borghese ignavia)
e, fronte all’ossessione,
indietreggerai, fino a scivolare,
arrendevole,
nella scarpata delle mani
che si tendono agognando
bisogno.
e sarai parte di esse.

31. siamo enti vaganti monomorfi
non riusciamo a schiodarci di dosso
questa lignea impiallacciatura.
che importa ormai sgrullarsi?!
se impari a scorrere in questa folla di delirii
una volta capito
che il tuo posto non è quello che ti crei,
ma è il loculo che altri ti hanno preparato,
quel buco nero ti aspira, ti assorbe
e tu, subito, vi entri,
ben ben genuflesso
sicuro che quel buco lasciatoti
-quasi per divina pietas dell’immagine-
dall’intera mandria indicatolo
sia esatto per te.
QUEL BUCO SEI TU.
e già lo senti tuo
già ti senti quel buco.
e il verme della terra ti divorerà
dalle giunture.

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